Mese: Marzo 2018

In Mongolia leopardi delle nevi e pastori convivono

Parco nazionale Siilkhem, in Mongolia (Monti Altai): habitat del leopardo delle nevi
(lo straordinario habitat del leopardo delle nevi nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia)

In Mongolia leopardi delle nevi e pastori convivono. Per capire il futuro del leopardo delle nevi (Panthera uncia) è indispensabile studiare le interazioni tra questo imperscrutabile predatore, le mandrie di pecore e capre che sempre più affollano i suoi habitat remoti e gelidi, e l’ibex (stambecco siberiano), la sua preda naturale.

Questo il compito di un lavoro di raccolta dati iniziato a marzo e concluso a giugno del 2015 dal gruppo di ricercatori del MUSE di Trento, guidati da Francesco Rovero e Simone Tenan, nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia, sui Monti Altai. I risultati dello studio, reso possibile da 49 fototrappole disposte su una area di 513 chilometri quadrati, sono stati pubblicati su ORYX, la prestigiosa rivista scientifica edita dalla Università di Cambridge.

Lo scopo della spedizione nel Siilkhem – a quasi 4000 metri di altitudine – era di meglio definire il livello di compatibilità tra il pastoralismo all’interno dell’habitat del leopardo delle nevi e le esigenze di conservazione.

La presenza di numeri consistenti di animali da allevamento (mandrie e greggi) in un ecosistema ancora integro ha effetti ecologici importanti: riduzione delle prede disponibili e uccisioni dei predatori da parte dei pastori, che perdono capi di bestiame.

Il sovraffollamento, infatti, peggiora il conflitto tra gli esseri umani e i predatori, soprattutto quelli di vertice, come i grossi felini. Produce quella che viene definita una “esclusione competitiva”, che finisce con il danneggiare gli erbivori selvatici e dirottare i carnivori sugli animali da allevamento.

Nell’Asia centrale, sotto la spinta di una “corsa al cashmere” a basso costo sui mercati occidentali, spiegano dal MUSE, è in corso da qualche anno un incremento esponenziale delle capre, fin dentro le aree protette di Mongolia e Cina: nel 1970 c’erano 21.937 capre, che nel 2015 erano diventate 105.376.

Impronte di leopardo nelle nevi in Mongolia
(impronta di leopardo delle nevi)

Le fototrappole del MUSE hanno registrato 494 intercettazioni di animali selvatici, e ben 912 di ungulati domestici, cani ed esseri umani (168 capre, 163 vacche e yak, 105 persone), 33 passaggi di ibex e 14 del leopardo delle nevi. La lettura di questi dati, per quanto limitati, non è del tutto negativa.

Le greggi hanno sicuramente un indice di presenza (occupancy) più alto dell’ibex (0,65), che è meno frequente quando deve fare i conti con animali allevati (0,11) rispetto a condizioni più selvagge (0,34-0,35).

Eppure, le interviste condotte con i pastori delle montagne dal team di Francesco Rovero descrivono una rapporto di convivenza culturale con il leopardo piuttosto variegato. I pastori tendono a riferire l’uccisione delle loro bestie, che avviene regolarmente, ai lupi e non ai leopardi.

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(il parco nazionale Siilkhem in Mongolia)

Nelle loro izbe i pastori tengono pellicce di lupo, ma non di leopardo, e non ci sono tracce di bracconieri. Se dunque è vero che sugli Altai l’allevamento è diventato un fattore di disturbo ambientale cospicuo (pecore e greggi nel 43% dei siti di osservazione) non esistono per ora correlazioni solide su un declino del leopardo e le attività economiche umane.

È presto per definire gli Altai un paradiso per questo felino unico al mondo, ma lo studio del MUSE conferma che il punto di frizione tra i bisogni dei gruppi umani e i grandi predatori è ormai transnazionale. Sono le nostre abitudini, anche di acquisto, a decidere la qualità ecologica e l’estensione degli spazi selvaggi.

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(la spedizione del MUSE di Trento in Mongolia)

Il programma di ricerca del MUSE in Mongolia è condotto in collaborazione con la Ong Green Initiative (Mongolia), il Museo Danese di Storia Naturale di Copenhagen e l’Università di Losanna. Una terza fase di ricerca è programmata per il 2018/2019.

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(pastori e gente locale che ha collaborato con il MUSE per la ricerca sul leopardo delle nevi)

(Photo Credits: MUSE Trento)

Come fare spazio agli habitat wild?

ZSL : Safeguarding space for nature and securing our future. La questione dello spazio è la più scottante nel confronto su come contenere la attuale perdita di biodiversità.

Come fare spazio agli habitat wild? Con le nostre abitudini. Con i nostri consumi. Modificandoli. Adeguandoli alla realtà ecologica del Pianeta nel XXI secolo. Il nostro stile di vita ha un corrispettivo nelle pretese che avanziamo ogni giorno sulle risorse naturali.

Quanto spazio siamo disposti a concedere agli spazi selvaggi e alle specie non domesticate nei decenni a venire? È questa la domanda che domina il dibattito sul futuro degli Aichi Targets (gli obiettivi per la conservazione della natura su scala globale fissati al 2020).

Argomento attualissimo indigesto alla politica, che è stata discussa in un simposio internazionale voluto dalla Zoological Society di Londra lo scorso 27 e 28 febbraio: Safeguarding space for nature and securing our future. La questione dello spazio è la più scottante nel confronto su come contenere la attuale perdita di biodiversità.

Lo spazio però, vista la nostra demografia, chiama in causa anche la concezione che la civiltà umana ha di sé stessa, le rinunce che è disposta ad attuare e lo stile di vita che consideriamo ormai inalienabile. Per questo, nella diretta streaming via Twitter del simposio circolava una constatazione di massima.

Bisogna spostarsi dall’ipotesi di lasciare metà del Pianeta alle altre specie (opzione già parecchio ambiziosa proposta da E.O.Wilson), ad una visione molto più integrata del Pianeta come un unico contesto ambientale in cui la dipartita di migliaia di specie finirà con il condizionare anche Homo sapiens e i suoi animali d’allevamento.

La parola d’ordine sembra dunque essere: “move from Half Earth to whole Earth”.

Gli Aichi Targets (stabiliti nel 2010) prevedevano che noi si proteggesse il 17% della superficie terrestre e il 10% degli oceani entro il 2020; di fatto, oggi è protetto solo il 15% delle terre emerse e il 7% degli oceani.

Il punto tuttavia, come ha spiegato al Guardian Harvey Locke di Nature Needs Half (il network di organizzazioni che chiede di proteggere il 50% del Pianeta entro il 2050), è che se anche gli obiettivi di Aichi fossero stati soddisfatti al cento per cento, ciò non basterebbe comunque a limitare le estinzioni già avviate.

Locke ha spiegato che è indispensabile disegnare una mappa integrata di aree protette connesse tra loro (“integrated pattern of wildlife areas”), in cui le faune selvatiche siano libere di muoversi e mantenere così la diversità genetica, che è l’unico, vero antidoto alla defaunazione e alla estinzione

I fattori di estinzione sono infatti funzioni sinergiche di più tratti intrinseci ad una specie ed al suo habitat. Ogni specie ha cioè un suo specifico rischio di estinzione. Ma nessuna specie confinata in un parco nazionale è in grado di rispondere efficacemente alle modifiche del suo ambiente sui tempi lunghi. E alla progressiva carenza di diversità genica inevitabile in popolazioni chiuse.

Noelle Kumpel, a capo delle policies di BirdLife International a Cambridge, ed esperta di bushmeat, ha detto che “occorre proteggere il 30% del Pianeta, ma il 100% del Pianeta richiede un uso sostenibile”. La Kumpel ha insistito su un punto centrale in tutto il simposio: lo spazio risparmiato all’agricoltura ed alle attività umane non dipende soltanto dalla politica.

Piero Visconti del Dipartimento di Genetica, Evoluzione e Ambiente della UCL di Londra, e research fellow all’Istituto di Zoologia della ZSL, mi ha spiegato: “abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi per le aree dedicate alla conservazione della biodiversità da raggiungere il più presto possibile e comunque non più tardi del 2030.

Se falliamo, dobbiamo aspettarci che gli attuali livelli di perdita di biodiversità continuino. Abbiamo rilevato che raggiungere gli obiettivi di conservazione richiede però non soltanto il recupero di quasi il 15% delle aree degradate e la protezione di quasi tutto quello che è attualmente intatto.

La questione principale, e il risultato più consistente delle nostre ricerche, è che non conta solo quanto spazio diamo alla natura, ma come abbiamo intenzione di far spazio per la natura. Questo richiede una generale trasformazione nel modo in cui consumiamo e produciamo beni e servizi. Dobbiamo ridurre gli sprechi, svoltare verso una dieta prevalentemente vegetariana e chiudere così il cerchio se vogliamo davvero far spazio alla natura”.

Siamo cioè chiamati tutti a scegliere di lasciare spazio alla wilderness e alla specie animali.

“In alcuni posti serviranno aree intatte di grosse dimensioni, in altre un approccio più di land-sharing potrebbe essere appropriato”, continua Visconti. “Voglio però spostare il focus lontano dalle aree protette verso cambiamenti di uso del suolo positivi per la biodiversità.

Le aree protette non bastano. Non solo, ci portano a pensare ad una separazione tra noi e la natura. Il risultato è che tutto quello che non è protetto è considerato disponibile per attività insostenibili. Le aree protette recintate, come il Kruger, sono il caso estremo.

La visione dovrebbe essere di un uso sostenibile delle risorse a tutti i livelli. Possiamo stabilire aree di conservazione che siano gestite specificamente per la biodiversità, ma questo non può essere il perno della conservazione perché equivale a continuare ad arginare le minacce senza risolvere il problema di fondo, l’uso insostenibile del territorio”.

Quasi estinti i leopardi della Cambogia

Quasi estinti i leopardi della Cambogia. Questa la condizione dell’ultima popolazione delle Eastern Plains ancora in grado di riprodursi, secondo una recente ricerca di Panthera Cats e WildCru Oxford. Negli ultimi 5 anni il loro numero è crollato del 72%.

Stiamo parlando degli ultimi 20-30 leopardi (Panthera pardus delacouri) dell’intera Indocina orientale e cioè dell Cambogia, del Laos e del Vietnam. La loro densità è la più bassa mai registrata in Asia per i leopardi: 1 individuo ogni 100 Km.

Il 95% dello home range originario della specie è ormai perso. La notizia, di impatto catastrofico per la tenuta di questi ecosistemi a foresta tropicale, non giunge purtroppo inaspettata. Già si sapeva della estrema frammentazione degli habitat e della scomparsa progressiva di grossi erbivori che sono la preda naturale del leopardo. I cacciatori di frodo riforniscono infatti i mercati rurali di carne selvatica (bushmeat) contribuendo ad una crisi ecologica in progressione, la defaunazione della Cambogia.

I leopardo della Cambogia è una sottospecie di leopardo e la sua scomparsa segna una semplificazione nella famiglia dei felidi irrecuperabile dal punto di vista evolutivo.

I dati sono usciti sul giornale ufficiale del gruppo WildCru di Oxford (University’s Wildlife Conservation Research Unit, lo stesso che aveva monitorato Cecil the Lion in Zimbabwe ), il Royal Society Open Science journal. Hanno collaborato WWF-Cambodia, l’American Museum of Natural History, e il Forestry Administration of the Ministry of Agriculture Forestry and Fisheries of Cambodia.

Jan Kamler è il coordinatore del Panthera Southeast Asia Leopard Program: “questa popolazione rappresenta l’ultimo barlume di speranza per i leopardi di tutto il Laos, la Cambogia e il Vietnam – una sottospecie sul punto di scomparire.

Questo conferma quanto sta emergendo dagli studi più aggiornati sui grandi felini che un tempo coesistevano in tutti i loro habitat, e cioè che i predatori di vertice compongono reti trofiche complesse e interdipendenti.

La fine della tigre in Asia orienta poi i bracconieri sui leopardi nebulosi e i leopardi, senza contare le ossa di giaguari importate illegalmente, e soprattutto quelle dei leoni africani. I bracconieri mettono trappole dappertutto per catturare maiali selvatici e cervi da destinare alle macellerie di bushmeat e puntano ai felini per rivendere a prezzi altissimi denti e pelli.

Da molto tempo ormai il sud est asiatico è diventato un laboratorio per il cocktail di defaunazione, demografia umana e cambiamenti climatici che segneranno il futuro della regione già in questo secolo.

Come comunità internazionale non possiamo più permetterci di trascurare la protezione di un felino assolutamente unico. Dobbiamo unire le forze per agire e non soltanto a parole. Con l’obiettivo di stroncare la diffusione epidemica del bracconaggio che minaccia questo animale meraviglioso”.