Mese: Luglio 2017

Footprint: le conseguenze della iperdemografia

Footprint: le iperdemografia. Questo l’argomento del primo documentario italiano sulla questione della sovrappopolazione umana formato dalla giovanissima regista Valentina Canavesio. Quando si parla di popolazione umana, inevitabilmente, si mette sul tavolo una parola (popolazione) che svela in che modo, e con quali conseguenze, la disponibilità di energia fossile abbia cambiato la specie umana negli ultimi due secoli. Footprint procede esattamente inquinamento questa direzione. Mostra come la sovrappopolazione incida sulle piccole cose della vita quotidiana.

Tecnologia, agricoltura moderna, farmacologia e chimica ci hanno consentito di imporre al Pianeta una demografia invasiva che rimette in discussione la nostra intera dimensione riproduttiva di specie. Un senso di colpa che finisce per diventare imbarazzante cortocircuito cognitivo, un disagio amaro per ciò che, in fondo, noi tutti siamo. Questioni morali che sono sottintese Footprint, presentato anche in Italia al Festival Cinemambiente di Torino.

Si tratta indubbiamente di un lavoro schietto che affronta la questione scavando nella identità femminile di oggi, in Messico, Pakistan, Kenya, Filippine. Il documentario racconta la storia della questione demografica, dagli ’60 (quando a Stanford gli studenti entusiasti delle ricerche di Paul Ehrlich fondavano lo ZPG MOVEMENT) fino alle infatuazioni cattoliche delle moderne Filippine, dove l’attivista Carlos Celdran rischia il carcere per aver invocato l’urgenza dell’uso del preservativo.

Il maggior pregio del documentario sta nel mostrare fuori da ogni retorica che la sovrappopolazione del Pianeta ci è già sfuggita di mano e che questa condizione demografica ha delle serissime implicazioni antropologiche. Implicazioni che riguardano le condizioni materiali, emotive e psicologiche in cui milioni di persone sono costrette a vivere nelle baraccopoli e nelle periferie suburbane del Pianeta.

Footrprint è il tipo di film che non vedremo mai al cinema in Italia. E che non verrà mai discusso dai grandi giornali.

“Ho cominciato guardando in faccia il tabù della popolazione, che esiste anche tra le organizzazioni ambientaliste, che non ne parlano. Quando affronti questo argomento, è come se stessi toccando le persone in qualcosa di molto personale; aggiungici che, spesso, anche il razzismo entra in discussione”, mi dice Valentina da New York. “La sfida di fare un film come questo è che, come regista, ero costretta a parlare di una situazione che è già adesso oltre il suo punto di rottura, che è già adesso molto critica.

E naturalmente riguarda anche così da vicino le ingiustizie sociali, l’accesso alle risorse naturali sulla base della ricchezza sociale”. Il documentario mette infatti in lugubre sinfonia le due impronte ecologiche della nostra epoca, la “carbon obesity” tipica delle nazioni occidentali, e la “carbon starvation” dei paesi più poveri depredati dall’ordine economico mondiale: “mi sono resa conto che anche parlare del consumismo è un grande tabù.

Viviamo in una società obesa, dove comprare roba è ormai una abitudine, e dove l’imperativo del successo personale è predominante: avere sempre di più. In Occidente, è un enorme tabù dire alle persone, non dovresti avere una macchina grande, una grande casa e una potente lavastoviglie”.

E infatti, nell’episodio girato a Mexico City una madre di famiglia che può comunque permettersi di comprare da una compagnia cittadina acqua potabile preziosamente custodita in grossi bidoni di plastica (i rubinetti della capitale spesso rimangono a secco) dice, con una sorta di timidezza, che sì, è importante poter lavare i piatti dopo il pranzo.

Ma intanto in Europa, come fa notare il ricercatore svedese Hans Rosling in un dei passaggi più rivelatori del documentario, non si sogna più quello che si sognava una volta e questo ha, appunto, una carbon footprint: negli anni ’60 bastava una automobile, oggi tutti vogliono volare low cost.

Valutazioni estremamente coraggiose, che denunciano il negazionismo epistemologico di molti intellettuali italiani, e di non pochi giornalisti ambientali. Persone che da anni scrivono e sostengono che sostituire le fonti di energia fossile con fonti rinnovabili risolverà tutti i nostri conti aperti con il Pianeta.

Il capitolo più suggestivo del lavoro di Valentina Canavesio è però quello girato nella baraccopoli di Kibera, in Kenya. “È un posto fuori da ogni logica, folle. Eppure, qui ho visto persone così creative. Orgogliose, gente che non mostra semplicemente di essere, è evidente, povera. La madre che prepara i suoi bambini per mandarli a scuola, trovando qualcosa di positivo nella vita di ogni giorno. Ho trovato dignità a Kibera”. Dignità è la parola-guida di un viaggio di racconti semplici, ruvidi, carnali.

Una donna sui 35 anni racconta di essere arrivata a Kibera per scelta: il marito era rimasto gravemente ferito in un incidente d’auto e dopo due settimane di ospedale era morto. In quanto donna, la legge le impediva di ereditare i beni del coniuge. Rimasta sola con i 4 figli è giunta qui “to consolate my spirit”, perché il contatto con le altre persone è sempre presente a Kibera, un concentrato di umanità dove si sta anche in 18 in una stanza, un ammasso di baracche che proteggono gli sforzi e la dolcezza di madri che, all’alba, si preoccupano prima di tutto che i figli abbiano i calzini a posto e possano andare a scuola.

Perché la scuola può salvare la vita. In Kenya nel 1950 c’erano 6 milioni di persone che oggi sono 46. Le conseguenze di questa densità demografica vanno oltre l’ecologia, e si manifestano, ancora una volta, sulla pelle delle donne giovani. Quando hai 14 anni la sessualità è contagiosa, onnipresente, in un contesto sociale di giovanissimi.

La contraccezione poco diffusa, costosa. La voglia di vivere, tantissima.

Una ragazza dice a Valentina: “io non voglio essere ignorante”, riferendosi alla necessità stringente di non avere una gravidanza indesiderata. E’ lei a fornire allo spettatore la prospettiva morale del problema demografico: ci siamo girati dall’altra parte per decenni, facendo finta che la vita fosse sempre comunque vita – come fece il Vaticano con Giovanni Paolo II nel 1994, alla UN Population Conference del Cairo, minacciando di togliere il sostengo economico della Chiesa agli ambulatori e ai presidi medici dell’Africa sub-sahariana se fosse passato l’obbligo di distribuire anticoncezionali – ma la realtà è molto diversa da quella spacciata dalla Chiesa.

Una demografia umana inarrestabile non uccide soltanto gli ecosistemi, uccide anche il diritto ad una esistenza decente.

Nel documentario della Canavesio è evidente che la pretesa cattolica che sul Pianeta ci sia posto per tutti è storicamente falsa. L’estrema concentrazione di esseri umani rende un inferno la vita sulla Terra perché brucia le risorse naturali e perché altera l’equilibrio psicologico delle persone.

Come ogni altra specie, anche noi abbiamo bisogno di un “home range”, uno spazio adeguato a sostenere lo sguardo sull’orizzonte: una baraccopoli riduce questo sguardo sino a fare della coesistenza gomito a gomito una devastante costrizione, una intimità sudata e disperata, da cui bisogna scappare.

L’11 luglio scorso è stata una giornata epica per la questione. Londra ospitava la conferenza mondiale dell’alleanza FamilyPlanning2020 ((UK Government, UNFPA – United Nation Population Fund e la Bill & Melinda Gates Foundation).

Ma usciva anche in anteprima sulla stampa inglese un paper pubblicato sulla PNAS firmato da Paul Erlich, Rodolfo Dirzo e Gerardo Ceballos sul collasso delle faune del Pianeta: “while the biosphere is undergoing mass species extinction, it is also being ravaged by a much more serious and rapid wave of population declines and extinctions. In combination, these assaults are causing a vast reduction of the fauna and flora of the Planet. The resulting biological annihilation obviously will also have serious ecological, economic, and social consequences. Humanity will eventually pay a very high price for the decimation of the only assemblages of life that we know in the universe”, avvertono gli autori.

Ovvero, con la consueta chiarezza di questi tre mostri sacri degli studi sull’estinzione: “mentre la biosfera entra in una estinzione di massa delle specie, è anche attraversata da una ancora più seria e rapida ondata di declino ed estinzione carico delle singole popolazioni animali. Questi danni sono causati da una vasta riduzione della fauna e della flora del Pianeta. Il risultante annichilamento biologico avrà anche serie conseguenze ecologiche, economiche e sociali. L’umanità, alla fine, pagherà un prezzo molto alto per la decimazione degli unici assemblage di specie viventi che noi conosciamo nell’universo”.

Non esistono dubbi sulle cause di questa catastrofe davanti a cui da decenni si fa spallucce per non offendere nessuno: l’esplosione della demografia umana e l’iper-consumismo dei Paesi più ricchi.

Paul Erlich lo ha scritto con franchezza su The Guardian: “Show me a scientist who claims there is no population problem and I’ll show an idiot (…) One should not to bee a scientist to know that human population growth and the accompaning increase in human consumption are the root cause of the sixth mass extinction we’re currently seeing. All you need to know is that every living being is evolved to have a set of habitats requirements”.

Mentre succede tutto questo, “214 million women in the developing countries who want family planning still lack access to modern contrapception”, spiega Natalia Kanem Acting Executive Director dello UNFPA.

E non crogioliamoci nei nostri pregiudizi occidentali. E nell’arrogante sentimento di superiorità rispetto alle civiltà non europee.

Uno degli obiettivi di Footprint era mostrare che la teologia islamica è molto più aperta di quella cattolica a discutere la pianificazione familiare. In Pakistan (37 milioni di persone nel 1950, 192 nel 2015), un Iman dice davanti alla cinepresa: “l’islam è per la qualità, non per la quantità”.

Da qui, forse, si può provare a discutere del problema demografico di Homo sapiens.

The poetics of fragments in Andréas Lang

Some photographers have the power to far outstrip the borders they initially admit. Andréas Lang is one of them. Who last winter saw in Berlin his Kamerun und Kongo – Eine Spurensuche und Phantom Geographie at Museum of German history (an insight into German colonialism in Congo, Cameroon and CAR) probably will be no surprised by the photo he proposes for LANDING PAGES exhibition at PENINSULA BERLIN. The poetics of fragments in Andréas Lang. This is its voice.

A piece of the yet destroyed Illjo Bar, a Brazilian- styled historic building located near Tinubu Square in Lagos Island, Nigeria ; the remained pieces of it still keep “the blue and green painting from the former interior decoration” Lang explains, “the stones almost look like fragments with forest, lakes and rivers …and one of them (this one) had the likely shape with the borders of Nigeria“.

Somewhere where power beats, someone decided to destroy such an important building (Ilojo Bar recalls a terrible page of the history book, but, just the same, protected part of the identity of the Yoruba people) and from outside it is pointless. But considering the surrounding glass buildings all around, well, the observer can recognize a sort of fracture.

This is the rift in the expected continuity between past and present, awareness and modernity, identity and consume. Fragments are not only fragments : they testify for the collapse of the past merging into the anonymous use of resources, human beings and time we call progress. The key to understand this Stimmung is the small, green piece of wall. What is really this fragment ? A specimen ? A fossil ? A testimony ?


These days ( Anthropocene ) the difference between fossils and living objects is totally collapsed. Many reasons are possible, but the main one is the extinct sense of time and space. The Brit philosopher Timothy Morton ( famous for his book Dark Ecology ) talks about hyperobjects to describe the ecological realities we are engaged in (climate change, for instance, and extinction as well). But it is not enough.

Fragments are the very periphery of our time: and fragments, well, are fossils, relics, specimens, all the stuff survive the brutal cleanining led by economic power. But  Andréas Lang reached something deeper by saying these fragments look like maps with green forests and blue lake. Fossils (and devastated fragments of the past, too) are a strong metaphor for wilderness, reduced to patches of the ancient greatness. The increasing dismiss of the past affects the increasing abandonment of Nature. We forget the past because we forget Nature.

Yet, the green fragment contains also a deep sense of history, a sort of Sensucht. Michel Foucault assumed that to be historic are not only the objects but also the mindset (Weltanschauung) they drive. Contemporary fragments tell us our own history and the relevancy we are willing to give to landscape and time.

Credits for photos: Lagos – a story of dissapearance” © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017